L’odore che hai addosso

Questa, invece, è la trascrizione di una intervista registrata la mattina del 3 novembre 2012 a Foggia. L’ex lavoratrice è una collega di quella intervistata qualche giorno prima, quindi alcuni ricordi si intrecciano, alcuni particolari della vita di fabbrica ritornano.
L’intervista sembrava essere finita dopo appena venticinque minuti, ma non volevo arrendermi. Così ho insistito sul rapporto con le anziane, quelle che erano entrate nel dopoguerra, probabilmente alcune delle donne di cui porta notizia l’elenco ritrovato nell’Archivio di Stato.

Ho lavorato dal 1972 al 2007, 36 anni.
Prima ho lavorato come segretaria in un negozio. Sono diplomata, ma al Poligrafico mi sono fermata nei reparti perché si era formato un gruppo e non ho pensato a concorsi interni. Mi piaceva quel lavoro. Sono rimasta sempre a lavorare la carta.

Ho una vita lavorativa un po’ movimentata perché ho girato quattro reparti: sono stata 20 anni al reparto carte valori, ed era quello il lavoro che mi piaceva tantissimo fare; poi sono stata alla grafica, era stato aperto un nuovo reparto, ma è durato 10 anni. Hanno scelto alcune di noi più preparate, ma poi dopo dieci anni il reparto ha chiuso. Gli altri 16 li ho trascorsi alle targhe, quindi un lavoro completamente diverso dalla carta. Tutto sommato è stata un’esperienza buona anche perché sono io portata, non trovo difficoltà, mi ambiento e lavoro bene. Non lo dico io. Sono stata gratificata in questo. Ho sempre avuto un buon rapporto con i colleghi e con i superiori.
Era un ambiente prevalentemente maschile. Io ho lavorato quattro anni sola, come donna.

Lì mi sono sentita proprio un po’ sola, ma sono state delle persone carissime e hanno capito la mia situazione, questo stare lì sola, e quindi sono stati molto affettuosi. Alla fine sono stata bene, mi sono ambientata. Poi con me sono state altre due donne, delle vedove che hanno occupato il posto dei mariti in età lavorativa. Si sono unite a me nel reparto targhe e ho avuto un po’ di compagnia, che è necessario. Almeno una donna insieme, perché poi sono passata dalle 100 e oltre donne delle carte valori, poi le anziane sono andate in pensione. Erano donne assunte durante il periodo della guerra. Tante senza marito, morto in guerra. Poi siamo rimaste noi le giovani. Da tante donne al reparto grafico dove eravamo in 8 con dei turni.

Ho affrontato la difficoltà dei turni perché questo reparto nuovo non era più un turno con un orario giornaliero, dalle 7 alle 15, ma era un reparto dove si facevano due turni: 6-14, 14-22. Quello è stato un intoppo, mi ha creato problemi. Però, alla fine, l’ho preferito anche perché mi sono così abituata ai due turni che mi potevo organizzare in casa la mattina. Preferivo fare il secondo turno così mi organizzavo in casa. Sono una donna che ha avuto tre figlie, quindi…le difficoltà di quando sono piccole. Comunque, le ho superate perché mi piaceva lavorare. E’ chiaro che sono stata aiutata anche in famiglia, mia madre è stata con me 25 anni e mi ha dato un grande aiuto, unitamente ad un marito che, lavorando in Ferrovia, aveva la possibilità di cambiare i turni. Lui lavorava sempre di notte per essere presente di giorno a casa quando io non c’ero.
Negli ultimi anni sono andata a lavorare ancora più volentieri perché le ragazze erano diventate grandi poi, quando la mamma lavora, diventano donne prima perché si danno da fare, diventano responsabili prima degli altri.

Io non ho sfruttato le agevolazioni come l’asilo nido perché avevo mia madre. Lì si portavano dopo che compivano i 3 mesi. Le ho lasciate qui, poi le ho mandate all’asilo ai 3 anni, come tutti.
Rientravo dopo i tre mesi e godevo solo delle due ore di allattamento fino a un anno. Sceglievi: o andavi alle 9 anziché alle 7 oppure uscivi alle 13 e non alle 15.

Quante cose prima avevamo noi! A parte questo della maternità, quando i bambini dovevano fare la prima comunione, ci davano tutto il vestiario. Dalle scarpe all’abitino. Magari ti incontravi con altri con lo stesso vestito, però tutto sommato…I bambini poi andavano in colonia, ma io non l’ho sfruttato. E poi le cure termali.
L’azienda era attenta, poi piano piano queste cose sono finite. Avevamo la mensa prima, perché con 8 ore continue devi avere obbligatoriamente la mensa. Poi, quando è stata tolta, ci hanno dato una indennità e noi abbiamo preferito quella anche perché riuscivi ad organizzarti.
Avevamo due ore di assemblee retribuite, durante le ore di lavoro. Economicamente si stava bene.

Io al Poligrafico sono entrata sola. Quelle della mia età erano entrate per concorso all’età di 16 anni. Io avevo 22 anni perché ho preso il posto di mio padre. Esisteva una legge, e fu l’ultimo anno, nel 1972, che permetteva alla figlia o al figlio di un dipendente malato seriamente che non poteva più lavorare di prendere il posto del papà. Mio padre era stato 3 anni…morto per malattia professionale. In quell’anno un tizio del sindacato chiese se uno dei tre figli…quella libera ero io. Lavoravo in quell’ufficio, ma non era niente di che. Non nascondo che mamma avrebbe preferito di no. Per noi che eravamo andate a scuola mamma e papà pensavano ad un lavoro diverso. Poi mio padre conosceva l’ambiente. Hanno detto di sì, hanno preferito me. Non potetti dare nemmeno il preavviso perché fu una cosa veloce. Io sono entrata così senza concorso.

All’inizio tornavo a casa triste, sfiduciata, poi piano piano ho superato e poi mi sono trovata benissimo. Rimpiango addirittura…vorrei poter tornare indietro. L’ambienta lavorativo è bello, chiaramente si attraversano anche difficoltà…per l’amor di Dio, non voglio dire che tutto, tutto…anzi. Bisogna vedere pure le persone che trovi. Ci sono quelle brave e quelle meno brave.

In 20 anni alle carte valori eravamo in tanti, il lavoro c’era, non avevamo nessun timore di nessun genere (il riferimento è alla crisi che poi verso gli anni ‘80 investirà Ipzs, nda), poi l’apertura del reparto grafico ci dava speranza. Allora è iniziato. Il nuovo reparto lo chiamarono il fiore all’occhiello del Poligrafico, ma non è stato così.
Inizialmente il reparto grafico è stato la speranza, poi niente. Certo non saremmo mai state licenziate perché avrebbero trovato una diversa collocazione, anche di trasferimenti a Roma si parlava. Poi hanno tamponato piano piano.

Poi quando la grafica è stata chiusa, la situazione è diventata grave, proprio seria. Questa collocazione nelle targhe…Ho cercato in tutti i modi di non andarci, ma non è stato possibile. Chiuse le carte valori, chiusa la grafica, dove andavo? Non potevo andare a casa perché non avevo i requisiti giusti.
Il reparto delle targhe era molto faticoso, ma anche quello della carta con tutte quelle risme pesanti, però era un’età diversa e si poteva fare. All’epoca mancavano i mezzi, i macchinari, poi sono arrivati i carrelli automatici, prima c’erano quelli a mano che anche noi donne dovevamo utilizzare, oppure i sollevatori. Prima contavamo la carta sui bancali e arrivavi fino a terra per contarla. Dovevi allungarti, inginocchiarti. Poi sono arrivati i sollevatori e la carta arrivava fin sul banco. Era più facile, più semplice.

Nel reparto carte valori, la scelta veniva fatta foglio per foglio. Si perdeva più tempo, magari impiegavi tutte le 8 ore. Eravamo così giovani che la fatica non la sentivamo e forse ci siamo così impegnati che ora ne paghiamo le conseguenze. Io ho avuto problemi alla schiena. Ho subito un intervento dovuto proprio all’usura. Alle targhe, per esempio, 8 ore in piedi per 16 anni. Erano macchine, non potevi stare seduta. La carta sì, ti sedevi e la potevi scegliere, ma alle macchine no, dovevi stare in piedi per forza. E sono stati gli ultimi 16 anni, quelli più pesanti.

Era un posto sicuro. Ero felicissima di questo, a differenza del lavoro che avevo fatto per tre anni.  Era un posto di lavoro che non si poteva lasciare con il matrimonio. Era il cruccio di mia madre. Sperava che, sposandomi, mio marito mi avrebbe fatto lasciare il lavoro, ma non si poteva lasciare. Poi tutti i diritti economici con lo straordinario, i giorni festivi, il doppio stipendio nell’anno, cioè la tredicesima e la quattordicesima, a Natale 200 ore, più del doppio stipendio, a Pasqua 200 mila lire, a giugno il premio di produzione. Oggi la situazione è un po’ diversa.
Le donne andavano via senza essere sostituite e questo non è stato bello. Escludendo le anziane, il gruppo di quelle che erano giovani…io l’ho vissuto molto questo perché sono stata l’ultima. Le donne assunte a 16 anni sono andate via prima di me, quindi io sono rimasta sola.

Indossavo il grembiule nero, ma l’azienda ci dava quello blu che era di un cotone pesante. Noi ragazze, invece, lo compravamo per conto nostro…modellini più carini, però decidemmo di comprarlo nero. Poi sono arrivate le tute come gli uomini. Dovevamo allungarci per terra per contare la carta e il grembiule non ti copriva tutta. E iniziammo a mettere il jeans. L’azienda abolì i grembiuloni e ci diede le tute come quelle degli uomini. Avevamo il pantalone blu e la camicia celeste. Poi ci diedero le magliette con la scritta laterale.
Era un indumento maschile. Ritiravamo…anche le scarpe…erano degli scarponi. Poi piano piano, con i sindacati, siamo riuscite a farci dare delle scarpe meno pesanti, ma sempre protettive.
Agli uomini davano il giaccone trapuntato perché usciva spesso fuori dal reparto. A noi no perché, entrate nel reparto, si restava lì.
Io mi aggiustavo la camicia, facevo le riprese, cercavo di renderla più femminile. Le maglietta a mezze maniche, quelle sì che le abbiamo sfruttate.

L’odore della colla e della cellulosa. E’ un ricordo indelebile. I primi giorni, appena assunta, non andai subito nel reparto carte valori, ma in allestimento, dove c’erano le macchine che facevano la carta, quella puzza…era terribile. Mi è rimasta sempre. Anche al reparto targhe. Ogni reparto ha le sue. Nel reparto grafica l’inchiostro. Poi ci si abitua. Però te lo porti.
Il ricordo è legato anche agli odori dell’ambiente.

Noi abbiamo fatto anche il lavoro dell’imbustamento quando c’erano le elezioni. Noi preparavamo quelle buste che nei seggi elettorali venivano distribuite con il materiale: matite, blocchetti, taglierino, temperino, colla. Era una catena. Era pure divertente. Si creavano dei tavoli lunghi, lunghi. Poi davanti a noi c’era la scatola con lo spago, che puzzava terribilmente. Allora ognuno metteva qualcosa. Si preparavano questi cartoni…dove c’erano matite, penna e temperino era tutta una busta, poi il blocchetto e poi le buste commerciali, lo spago e la colla. Era una catena di montaggio. Nella busta di plastica si metteva il blocchetto, poi la colla, poi si passava…Era faticoso. Si facevano molti straordinari.

Dopo sposata non ho fatto più straordinari né giorni festivi. Per me andava bene così.Nei due anni precedenti facevamo anche 12 ore al giorno, alle carte valori. Dodici ora, a volte anche di più. Loro venivano a chiedere, passavano con il quadernone, chiedevano chi era disponibile. Abbiamo lavorato anche qualche domenica e lì le buste paga lievitavano proprio. Era pesante, ma eravamo giovani e si faceva tutto. Si lavorava volentieri, poi con gli anni, l’età, le preoccupazioni, la famiglia…Io ho un buon ricordo.
Rimpiango di non aver potuto continuare. Nel giro di quindici giorni…mi telefonò il direttore, non lo dimenticherò mai quel giorno, per dirmi che se volevo approfittare, c’era un incentivo. Quindi, ti davano anche lo stimolo. Avevo 57 anni, quindi avevo raggiunto anche l’età. Avevo anche gli anni contributivi. Lacrime e pianti davanti a quel telefono perché dovevo lasciare tutto in quindici giorni. Non ero preparata come altri, che aspettano.

Non è facile passare dal lavoro alla pensione.

Il Poligrafico era un ambiente quasi prevalentemente maschile e lo facevano pesare… Vuoi lavorare? E devi lavorare come noi. Punto e basta. Erano uomini di un’altra cultura, dopo no le cose sono cambiate.
Oggi dico sempre alla mie figlie: trovarlo un posto come quello.

Mara Cinquepalmi

Giornalista professionista freelance (Pagina99, Wired, Consumatrici.it), mi occupo di datajournalism e comunicazione di genere. Curo i progetti web www.viadelmareracconta.it, uno sguardo di genere sulla Cartiera di Foggia tra data journalism e memoria, e stories.dataninja.it/uncertogeneredisport/, un osservatorio sugli stereotipi sessisti nell'informazione sportiva.

Latest posts by Mara Cinquepalmi (see all)

Share on Facebook7Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on Google+0Share on LinkedIn0Pin on Pinterest0Share on Tumblr0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *